A Futura Memoria: 27 gennaio 2017

  • By daniele
  • Gen 27th, 2017
  • 2017

  • Gennaio 27, 2017


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    Discorso di apertura della giornata – 27 gennaio 2017, Palazzetto Sport Ruffini

     

    Buongiorno a tutte e a tutti,

    e grazie di essere qui, così numerosi, in questa giornata dedicata ad un tema inevitabilmente cupo, e che rischia di essere percepito come lontano. Lontano nel tempo, ovviamente, perché sono trascorsi 72 anni dall’apertura dei cancelli di Auschwitz-Birkenau, il campo di sterminio più noto e diventato simbolo non solo della Shoah e dello sterminio nazifascista, ma della capacità più estrema che gli esseri umani hanno dimostrato quanto a crudeltà, orrore e disumanizzazione dell’altro. Del nemico. Dell’indesiderabile.

    Una pagina nera dell’umanità che interessa l’Europa ben oltre i confini di un lontano luogo vicino a Cracovia.

    Questo ricordo però può sembrare lontano anche su un altro piano. Forse qualcuno tra voi si domanda “Cosa c’entrano i cancelli di Auschwitz; i treni blindati; le camere a gas; l’uccisione di neonati ed anziani; il lavoro forzato, la morte per fame e per gelo di uomini e donne – cosa c’entra tutto questo con la mia vita, con il qui e ora, con i miei progetti e le mie speranze, con i miei timori per il futuro, che cosa c’entra tutto questo con quanto leggo del mondo?” Beh, questa, soprattutto per voi ragazze e ragazzi, è una domanda legittima. E io spero che questa mattinata contribuisca a dare una risposta a questa domanda, che è più che legittima.

    Ora, dei fatti storici, del significato di questa giornata, dell’importanza della memoria in sé… probabilmente avete già sentito parecchio. E certamente oggi qui ci sono altri ben più titolati di me a parlarvene.

    Io sono qui, a rivolgermi a voi, in quanto Assessora all’Istruzione – non solo per portarvi il saluto della Città di Torino e della Sindaca che è occupata in impegni istituzionali legati sempre alla Giornata della Memoria e potrà raggiungerci solo più avanti nella mattinata.

    Sono qui perché quest’anno abbiamo accolto l’invito del Treno della memoria a costruire insieme questa giornata, l’abbiamo accolto perché la intendiamo come un momento non informativo, non culturale ma educativo in senso pieno, e speriamo coinvolgente.

    In questa giornata, da quando è stata istituita, ricorrono sempre le espressioni “per non dimenticare”, “affinché non si ripeta”. Possono facilmente apparire parole retoriche, certo. Ma l’unica garanzia possibile che gli orrori, la disumanizzazione, le tragedie collettive non si ripetano è che i vivi sorveglino sul presente in tal senso. E per questo occorre innanzitutto conoscere. Ma le nozioni da sole non bastano. Occorre conoscere per comprendere, per interpretare, per ragionare.

    Ci piaccia o no, tanto le vittime quanto i carnefici erano esseri umani come noi. Avevano una casa, una famiglia, magari un lavoro, affetti, interessi, passioni, pensieri. Forse simili ai nostri più di quanto immaginiamo. Quindi possiamo e dobbiamo provare a comprendere, perché spesso ciò che pensiamo sia “totalmente altro da noi” magari non lo è.

    Non so quanto tra voi hanno già intrapreso il viaggio ad Auschwitz, né quanti lo intraprenderanno. Io l’ho fatto, molti anni fa. Era il 1997 e avevo 23 anni. E posso dirvi che non ho mai incontrato nessuno che ne sia tornato indifferente, non toccato. Personalmente, pur a distanza di anni fatico ancora a trovare le parole per elaborare quell’esperienza.

    Ricordo molto lucidamente l’arrivo alla stazione di Oswiecim, era luglio ed era una bellissima giornata di sole, e ricordo altrettanto lucidamente il senso di pesantezza, quasi immediata, che mi ha colto quando sono scesa dal treno.  Un senso di pesantezza unito a un senso di staticità e di sospensione.

    Mi sono sempre chiesta perché, nonostante fossero illuminati dal sole le case, le strade e i campi trasudassero questa tristezza.

    Avevo la sensazione di stare dentro una stanza piccola, buia, fredda dalla quale guardavo attraverso un vetro un panorama inondato dal sole. Mi sentivo come se fossi fuori da lì, in un altro luogo triste, a guardare quell’immagine che avrebbe potuto essere gioiosa, di natura, di campi, di sole.

    È una sensazione che nessun altro luogo mi ha dato. Non so tuttora dire se la sensazione nasceva da ciò che sapevo di quel luogo o dal luogo stesso. E mi sono sempre chiesta se i luoghi conservino una loro memoria: se le strade, le case, i muri e gli alberi conservino una memoria che continua ad essere emanata.

    Il senso di sospensione mi ha accompagnata per tutta la visita al campo, e anche davanti ai forni, alle baracche, mi sentivo come avvolta da un velo che non mi consentiva di avere un contatto con la sofferenza. Fino a quando mi sono trovata davanti alla stanza in cui erano ammassate moltissime ciocche di capelli. In quel momento il velo di protezione si è lacerato improvvisamente e l’emozione è stata immediata e fortissima. Ed è lì che ho colto la profondità della tragedia.

    Perché vi dico questo? Perché vorrei ritornare alla conoscenza e fare una riflessione sul rapporto tra nozioni e emozioni, all’equilibrio necessario tra empatia e intelletto. Le emozioni sono potentissime per avvicinare, per dare un senso alle nozioni, alle informazioni (in sé inerti), trasformandole in conoscenza.

    Il tema di oggi chiama in causa questo rapporto in modo forte e prepotente. Ma io credo questo valga per tutti i processi di apprendimento di educazione e di istruzione.

    La futura memoria – ma anche la memoria presente – riguarda anche il nostro rapporto con la storia, così come la percepiamo; e riguarda il nostro rapporto con il tempo – dimensione che percepiamo così differentemente nelle diverse età; e qui si innesta anche il rapporto tra le generazioni. Al centro della mattinata c’è infatti la questione del passaggio del testimone, o se vogliamo la questione dell’eredità.

    La memoria non è, non può essere un monumento. La memoria è, ed ha bisogno di essere, una cosa viva. Siamo tutte e tutti eredi dei testimoni diretti. Quindi cosa vuol dire passare il testimone di testimone, cosa significa ricevere questa eredità?

    Io vedo la memoria non come un baule polveroso da tenere in soffitta e passarsi di generazione in generazione in modo passivo, ma come una valigia da riaprire per guardare cosa c’è. Una valigia dove togliere o aggiungere cose ma dove è necessario che sia sempre presente quel bagaglio che dobbiamo portarci dietro perché è la guida nel nostro presente e nel nostro futuro. Questo è il senso della memoria per me.

    daniele

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